Con il chip sottopelle diagnosi hi-tech
Businet
Stefano
1/7/2002


Sotto la pelle il computer. No, non è un particolare della sceneggiatura di un remake di Blade Runner o qualche altro “cybermovie”; è, concretamente, quello che nel giro di qualche settimana verrà probabilmente impiantato a un cittadino USA di nome Jeff Jacobs.
Verychip – questo il nome del computer in questione – è un micro-processore delle dimensioni di un chicco di riso, quindi tanto piccolo che potrà essere introdotto nel corpo di Jacobs con una semplice iniezione, presumibilmente in un braccio. Una volta trovata la sua sistemazione definitiva sotto lo strato cutaneo, Verychip sarà quindi pronto per essere attivato a mezzo frequenza radio e, grazie all’uso di un apposito scanner, in caso di emergenza “raccontare” la storia personale e medica di mr. Jacobs. Già, perché Jeff Jacobs non è una persona che ha avuto molta fortuna nei suoi 48 anni di vita: ha già dovuto combattere un tumore, soffre - a causa di un incidente stradale - di una particolare condizione degenerativa della spina dorsale ed è affetto da una malattia cronica agli occhi. Una condizione che lo ha portato una decina di volte a essere ricoverato d’urgenza in ospedale in stato di semi-incoscienza, incapace quindi di comunicare al personale medico i dati fondamentali della sua anamnesi. Verychip – per fortuna di Jacobs - potrà ovviare a tutto questo. Ma potrebbe fare molto altro. Alla Applied Digital, la società che ha sviluppato il micro-computer da inserimento nel corpo umano, fanno notare che Verychip, se collegato ad un sistema di Gps, potrebbe permettere di rintracciare – per restare nel campo dell’emergenza medica – pazienti di Alzheimer o altri “smemorati” che si perdono o – in ambito di lotta al crimine – individuare persone rapite o sequestrate (idea che - un po’ cinicamente - l’azienda ritiene sia particolarmente “appealing” in America Latina).
Ma è chiaro che le applicazioni potrebbero essere molteplici, alcune affascinanti ma forse anche un po’ inquietanti: “Potrebbe essere un metodo efficace di “clearance” per l’entrata in posti da tenere particolarmente sotto controllo, come un impianto nucleare o la cabina di pilotaggio di un aereo” fa notare Keith Bolton, Chief Technology Officer di Applied Digital. In sostanza può diventare un vero e proprio strumento di identificazione e – conseguentemente – di autenticazione, “molto meno costoso del riconoscimento della retina o delle impronte digitali” insiste Bolton.
Da qui a immaginare applicazioni alla “Grande Fratello”, il passo è oggettivamente breve. E infatti negli USA le organizzazioni libertarie già parlano di “schiavitù hi-tech” e quelle religiose, un po’ più drammaticamente, di “Marchio della Bestia”. Ma a essere a dir poco perplessi sono in tanti: un sondaggio di MSNBC.com, ha evidenziato come sostanzialmente solo l’11% degli intervistati pensi che quella del computer nel corpo umano sia una buona idea. Magari in qualche modo suggestionati e negativamente influenzati dalle storie di questo tipo che il cinema ha negli ultimi tempi rappresentato: dal micro-chip di cui in “Atto di forza” Schwarzenegger si ‘libera’ dal naso quando realizza che è quello che consente ai nemici di tenerlo localizzato al ‘cybug’ che, per lo stesso motivo, Reeves espelle dall’ombelico in “Matrix”.
Libertari e perplessi contavano in qualche modo sulla Food and Drug Administration (FDA) – l’organismo che deve preventivamente autorizzare ogni immissione sul mercato, tra le altre cose, di strumenti di applicazione medicale – e sulla sua nota scrupolosità perché l’inizio dell’era di dispositivi “alla Verychip” fosse rinviata nel tempo, se non addirittura bloccata. Ma qualche giorno fa la speranza è svanita: “Verychip non contiene informazioni mediche” dicono soddisfatti alla Applied Digital, “ma solo codici univoci identificativi che farebbero riferimento a un database esterno di informazioni mediche”. La FDA non avrebbe quindi nulla da approvare e infatti ha già dichiarato la propria “incompetenza”. Luce verde quindi verso il mercato e la Applied Digital a breve comincerà distribuire gratuitamente (a fronte di un “listino” di USD 2000) gli appositi scanner di lettura a ospedali e ambulanze per incoraggiare l’uso del micro-processore sottopelle. I primi nosocomi ad essere equipaggiati saranno quelli della Florida, lo Stato in cui la Applied Digital ha il suo quartier generale. I potenziali consumatori Verychip dovranno invece pagarselo, ma la spesa è tutto sommato abbordabile: sono solo 200 dollari. Per diventare un po’ cyborg e sentirsi un po’ più simili a Schwarzenegger.





segnalazioni e commenti
The Afrikaner. A Novel
The Afrikaner (Guernica Editions) is a transcultural novel by Arianna Dagnino set in Southern Africa between Johannesburg, Cape Town, the Kalahari Desert and Zanzibar. It starts as an urban thriller, it develops into a road adventure, it acquires the tones of a scientific novel and it ends on a metafictional note.

More succinctly, The Afrikaner is a fiction on South Africa and the destiny its Black, Coloured and White tribes have historically shared and will continue to share under the African sky.

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Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility
In Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility, Arianna Dagnino analyzes a new type of literature emerging from artists’ increased movement and cultural flows spawned by globalization. This “transcultural” literature is produced by authors who write across cultural and national boundaries and who transcend in their lives and creative production the borders of a single culture. Dagnino’s book contains a creative rendition of interviews conducted with five internationally renowned writers—Inez Baranay, Brian Castro, Alberto Manguel, Tim Parks, and Ilija Trojanow—and a critical exegesis reflecting on thematical, critical, and stylistical aspects.

"In this thought-provoking study, Arianna Dagnino is concerned to identify a cohort of writers who, in the ease with which they move between domiciles, languages and cultures, find themselves ahead of the pack in expressing a newly emergent transcultural sensibility. In a series of interviews, intercut with her own diary entries and treated to a light process of fictionalization – which is brought off with a novelist’s skilled hand – five writers present their reflections on their genesis, their present situation, and their future aims in a more and more globalized world, reflections which are never less than interesting and are often far-sighted. Their comments are in turn interrogated by Dagnino and set in a wider framework of transcultural theory. Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility is a significant contribution to a growing body of work on the metamorphosis of literary culture in times of dissolving cultural boundaries." – Nobel Laureate J M Coetzee, The University of Adelaide
http://blogs.ubc.ca/transculturalwriters/
http://www.thepress.purdue.edu/titles/format/9781557537065
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