Pechino alla conquista di Canberra
Limes
Stefano
11/7/2008


Il tempismo è stato perfetto seppur ampiamente casuale: proprio nel momento in cui Australia e Cina sono giocoforza entrate in una fase destinata a ridisegnare la natura e la qualità dei loro rapporti, a capo dell’esecutivo di Canberra viene eletto Kevin Rudd, noto, a Pechino e dintorni, anche come Lu Kewen. Questo è il nome che Rudd si è scelto in mandarino (lingua che parla perfettamente) a coronamento di una profonda conoscenza dell’Impero di Mezzo maturata in parte avendo studiato storia e cultura cinese, in parte avendo vissuto per anni a Pechino sia come diplomatico sia come advisor di una grossa azienda australiana, in parte, infine, avendo un genero nativo di Hong Kong e un figlio studente alla Fudan University di Shanghai.

Per un Paese come la Cina, attentissimo al modo in cui gli stranieri si pongono in relazione alla propria cultura e sensibilità, trovare un leader occidentale così “Zhongguo tong” (esperto di Cina) è stato per molti versi rassicurante. E’ significativo che lo scorso novembre il Premier cinese Wen Jiabao sia stato il primo leader mondiale a chiamare Rudd per congratularsi della sua vittoria, con cui riportava al potere l’Australian Labor Party (ALP) dopo undici anni di purgatorio, passati a guardare John Howard governare. Ed è rivelatore il fatto che l’edizione cinese della biografia di Rudd sia diventata, al pari di quella della Regina Elisabetta e di Bill Gates, un grande successo editoriale nelle librerie di Pechino. Soprattutto dopo la visita del Primo ministro australiano a Pechino in aprile quando, in piena crisi internazionale per la questione tibetana, Rudd si è preso il lusso di tenere all’Università di Pechino una lectio magistralis a 700 studenti in perfetto mandarino, durante la quale – da fine conoscitore della mentalità ospite – non ha mancato di rimarcare “i seri problemi di diritti umani nel Tibet” ma ha insistito sulla “vera amicizia fra Australia e Cina, una di quelle amicizie che sanno prescindere dalle contingenze e puntano a un rapporto solido e continuativo per il futuro. Un’amicizia del tipo che so essere apprezzata nella tradizione politica cinese”.
Il classico uomo giusto al momento giusto, come sottolinea Allan Gyngell, direttore del Lowy Institute of International Policy e a suo tempo diplomatico australiano di rango: “In Cina e con la Cina Kevin Rudd può parlare a un’audience allargata, che va ben al di là della leadership ufficiale. E i vantaggi di questo tipo di ‘diplomazia pubblica’ non vanno sottostimati”. Al tempo stesso Rudd è il politico australiano che meglio d’ogni altro può spiegare ai suoi compatrioti la Cina, come ormai è sempre più spesso necessario. Perché, per dirla con Gyngell: “Giorno per giorno, settimana dopo settimana, è chiaro che quella fra Australia e Cina è una relazione le cui dimensioni sono destinate a esplodere. Sia che si discuta dell’entrata dei loro fondi sovrani nella nostra economia, sia che si parli di Tibet, sia che all’ordine del giorno ci sia il numero di visti temporanei per lavoratori cinesi in Australia”.

Il primo motivo che porta i due governi a vedere nel Paese dell’altro un partner indispensabile è quello delle risorse minerarie. Nel sottosuolo ‘aussie’ c’è letteralmente di tutto. Certamente c’è tutto quanto serve alla Cina per tenere vivo il boom economico epocale di cui è protagonista. A partire dal ferro, che le fonderie cinesi usano per produrre l’acciaio necessario alla rivoluzione urbanistica lanciata da Pechino e che l’Australia vende alla Cina in quantità superiori a quelle aggregate di tutto il resto del mondo. Per proseguire con il carbone, di cui la Cina è diventata importatrice netta dallo scorso anno e che le miniere australiane producono in abbondanza tale che due terzi di quanto estratto ogni anno é esportato. Non meno fondamentale per Pechino è il gas naturale che l’Australia ha iniziato a esportare in Cina nella forma liquefatta e su cui il governo cinese punta come fonte energetica per sfuggire alla morsa inquinante dell’uso del carbone. Parimenti strategica dal punto di vista cinese è la ricchezza australiana di depositi d’uranio, che Canberra è disponibile a vendere alla Cina (ma non all’India, il che irrita parecchio New Delhi, che si domanda perché tanta condiscendenza con la dittatura più popolosa al mondo e tanta rigidità con la democrazia più popolosa al mondo).
Tanto interesse da parte cinese per le ricchezze minerarie australiane è dettato, al di là dell’ovvia disponibilità, sia dalla vicinanza geografica (le altre opzioni - Africa, Brasile, Canada – sono tutte più lontane e, quindi, più costose) sia dal fatto che, dal punto di vista della stabilità, l’Australia è Paese con fattore di rischio nullo.
Mettendosi nella prospettiva australiana, questo smodato appetito cinese per risorse energetiche e materie prime è manna dal cielo. Per quanto il Giappone sia ancora il primo mercato di destinazione delle merci australiane (32 miliardi di Aus$, circa 20 miliardi di euro), la Cina è già oggi primo partner commerciale dell’Australia e dei 23 miliardi di Aus$ (14 miliardi di euro) di merce australiana assorbita dall’ex Impero celeste, due terzi sono collegati all’export di output minerario. Ora, incrociando due semplici fatti, ovvero che è probabile che la domanda su scala globale di queste merci continui a tirare (tanto che i prezzi sono in costante rialzo) e che il Prodotto interno lordo ‘aussie’ è per il 35 percento figlio dal settore minerario, si comprende subito quanto rilevante sia il “cliente” Cina per Canberra e le varie capitali statali, in primis Perth, centro del governo di quel Western Australia che nella sua parte settentrionale è ormai tutta una miniera.
Poiché l’altro settore che “vale” un altro terzo del PIL - quello finanziario - è in forte sofferenza, anche per l’onda lunga della crisi da subprime, non si esagera nel dire che l’intera crescita economica che l’Australia sta avendo, e che presumibilmente riuscirà a mantenere nei prossimi anni, è funzione diretta delle dinamiche del suo settore minerario e, in ultima analisi, di chi acquista l’output di quel settore.

L’intero quadro è reso più complesso dal fatto che, proprio per la sua dipendenza da queste risorse, la Cina ormai vuol essere ben più che un semplice compratore e, comprensibilmente, spinge per acquisire fette crescenti di controllo delle fonti di input vitali per la sua economia. Per quanto Pechino volga il suo sguardo interessato in tutte le direzioni possibili, i primi oggetti del desiderio cinese sono ovviamente le aziende minerarie australiane. Al riguardo la pressione di aziende cinesi (tutte controllate dallo Stato) e dei due fondi sovrani traboccanti liquidità (la China Investment Corporation e la State Administration of Foreign Exchange) sta diventando sempre più forte e sempre più imbarazzante per Canberra. Dall’inizio dell’anno si è assistito a una sorta di assedio sempre più stringente da parte di investimenti cinesi, veri o potenziali, nei confronti delle principali aziende minerarie: ha iniziato Chinalo, in team con la controllata Usa Alcoa, assicurandosi il 9% di Rio Tinto, la seconda società mineraria al mondo e “dual listed” con base in Australia; poi è stata la volta di Sinosteel, con il 19,96% di Midwest (e l’idea di un take over totale); mentre si rincorrono voci che Pechino – tramite un fondo sovrano - potrebbe voler acquisire quote di BHP Billiton (prima società mineraria al mondo e anch’essa “dual listed” australiana), sì da poter ostacolare la scalata lanciata da BHP su Rio Tinto (la prospettiva di un fornitore così forte per materie prime così importanti terrorizza Pechino) o alla peggio acquisire una posizione importante all’interno del “mostro” minerario che verrebbe formandosi se l’OPA BHP andasse in porto.
Dinanzi a questo assalto in piena regola, Canberra cerca di difendersi affidandosi al FIRB (Foreign Investment Review Board), un organismo di controllo sottoposto al Treasurer che valuta la coerenza fra investimenti stranieri proposti e interesse strategico nazionale; il quale, non a caso, non ha ancora dato luce verde al takeover lanciato da Chinalco su Rio Tinto. Ma è palese che diventerà sempre più difficile e imbarazzante anche per il “sinofilo” Rudd dire ai cinesi che i loro soldi sono più che mai benvenuti se servono a pagare prezzi sempre più alti per le materie prime per loro vitali ma non se invece servono per compartecipare allo sviluppo (e relativo controllo) delle miniere da cui vengono estratte.
Certo, Canberra ha ancora buon gioco a rimarcare che ciò che rende tutto più difficile è che gli investitori potenziali sono oggi sempre riconducibili allo Stato cinese e che nessun Paese accetterebbe di lasciare delle proprie risorse strategiche in mano a uno Stato estero. Ma è un sottile diaframma che sembra sia destinato prima o poi a cadere. Perché la Cina mostra evidenti segni di impazienza. Ma anche perché la stessa industria mineraria australiana spinge per quegli investimenti infrastrutturali che credit crunch e debolezza del mercato azionario non consentono di finanziare e che invece i capitali cinesi permetterebbero di realizzare rapidamente, con beneficio dell’intero settore. Non a caso, in un’ottica pragmatica, James Laurenceson della School of Economics dell’Università del Queensland sottolinea che “l’arrivo sempre più nutrito di aziende cinesi statali – spesso in team con banche cinesi statali - non è una prova di forza di Pechino, intenzionata a prendersi il controllo del settore per poi influire su quantità e prezzi. E’ solo la conseguenza del fatto che quella cinese è tuttora un’economia in transizione”.

Ovviamente tutte le considerazioni sull’interazione fra i due ‘sistemi’ - Australia e Cina - non possono prescindere da un fatto fondamentale: che in “terra di Ozzie” la presenza, a titolo permanente o temporaneo (soprattutto per motivi di studio), di immigrati d’origine cinese è massiccia e, in prospettiva, lo sarà sempre più. L’etnia cinese è storicamente fra le prime giunte in Australia. I primi consistenti arrivi si ebbero già durante la “corsa all’oro” a metà del XIX secolo. Poi, man mano che si dipanava la storia dell’allora colonia britannica, la comunità degli immigrati cinesi (fra le più diversificate del mondo, con provenienza da tutte la regioni del sud-est asiatico) conobbe alterne vicende, come d’altronde è accaduto a tutti i vari gruppi di immigrati in un’Australia fortemente anglo-celtica, governata fino agli anni ‘70 dalla politica della “White Australia”, che limitava fortemente gli arrivi da Paesi non europei. Oggi il gruppo etnico cinese, inteso sia in senso stretto (individui direttamente provenienti dalla Cina) che in senso lato (popolazioni d’altra nazionalità ma d’origine cinese), presente in via permanente in Australia rappresenta circa il 4% della popolazione: una percentuale che colloca la comunità cinese ancora dietro ad altre di tradizione migratoria in Australia (com’è il caso di italiani e tedeschi). Ma è facile prevedere che, sia per i ricongiungimenti familiari - per queste comunità sempre assai estesi –, sia per la dinamica demografica, sia infine per il costante flusso di immigrati in arrivo dalle regioni del Sud-est asiatico, la “quinta colonna” cinese in terra d’Australia è destinata ad assumere proporzioni rilevanti. Questo aspetto diventa lampante soprattutto se il calcolo prende in considerazione anche la popolazione studentesca (soprattutto universitaria) cinese presente in città quali Sydney e Melbourne. Dei quasi quattrocentomila studenti internazionali in Australia nel 2007, oltre 90mila erano di origine cinese. Molti di questi a fine corso torneranno a casa ma molti altri invece si fermeranno, sfruttando le facilitazioni all’immigrazione permanente che derivano dall’aver conseguito un titolo di studio in un ateneo australiano. Quale possa essere l’impatto sociale e persino politico di una tale colonia lo si è visto chiaramente durante il periodo del rally mondiale della torcia olimpica. I gruppi di dimostranti a favore del Tibet e contrari alla politica tibetana della Cina sono in qualche modo riusciti a far sentire la loro voce in tutti i Paesi “visitati” dalla fiaccola – a eccezione di due: la Corea del Nord (per motivi facili da intuire) e proprio l’Australia. Questo non per mancanza di simpatizzanti della causa tibetana (che ci sono, eccome) o per un’eccezionale performance della polizia australiana (che pure si è mobilitata in forze) bensì perché il giorno prima dell’arrivo della torcia a Canberra decine di pullman sono partite da Sydney e Melbourne per convergere sulla capitale confederale portandovi migliaia di studenti cinesi “patriottici”, i quali al momento opportuno hanno reso impraticabile ogni manifestazione di dissenso. L’episodio non è passato inosservato a giornalisti e commentatori politici, anche se poi tutti hanno preferito evitare enfasi per certi aspetti imbarazzanti.

Questa forte attrazione di crescente reciproca convenienza fra Australia e Cina viene vissuto dal resto della regione con un misto di apprensione e fastidio. Dell’India e del suo malumore per la retromarcia innestata da Rudd rispetto alla vendita di uranio, a suo tempo promessa dal governo Howard, si è detto; la ragione ufficiale data da Canberra – nessuna vendita di materiale fissile a Paesi non firmatari del Trattato di Non Proliferazione Nucleare – è formalmente ineccepibile ma è ritenuta da New Delhi un pretesto per giustificare un occhio di riguardo nei confronti di Pechino. Poi ci sono Paesi come Giappone e Corea del Sud, per i quali le “mani” di Pechino sulle risorse minerarie d’Australia produrrebbero un pesante effetto di spiazzamento. Da sempre, entrambi i Paesi - soprattutto il Giappone, ancora oggi la nazione straniera che più ha investito in Australia – hanno cercato sicurezza e stabilità nelle forniture di risorse energetiche e minerarie facendo investimenti nelle relative ‘companies’ australiane. Un competitor come la Cina su questo terreno è visto come fumo negli occhi, soprattutto alla luce di quella che Corea del Sud e Giappone (ma anche Indonesia, Tailandia e Malesia) chiamano ufficiosamente “l’ossessione cinese” di Canberra. A nessuno dei governi della regione è sfuggito che l’unico Paese asiatico inserito da Rudd nel suo primo tour internazionale di aprile (con cui si è presentato al mondo) è stato la Cina. I viaggi all’estero dei Primi ministri, soprattutto quelli d’inizio mandato, hanno un significato e una valenza simbolica (e non) difficilmente equivocabile. La qual cosa ha portato analisti e osservatori australiani a invitare il proprio governo a “tenere sul radar l’intero Sud-Est asiatico”.
La sfida per Kevin Rudd, il suo governo (e presumibilmente per quelli che verranno) sarà quindi quella di riuscire a sfruttare appieno la congiuntura che ha portato l’Australia a essere percepita dalla Repubblica popolare cinese come partner strategico e irrinunciabile. Senza però dimenticare che la regione in cui l’Australia si trova inserita è grande e abitata da tanti altri attori con cui i rapporti vanno nutriti e coltivati - in amicizia e mutuo interesse. Avere la Cina come amica è certamente gran cosa, averla come unica amica molto meno.

Stefano Gulmanelli

Documento: Pechino alla conquista di Canberra - Pdf
Link: http://temi.repubblica.it/limes/pechino-alla-conquista-di-canberra/575





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