E la città si fece giardino
Il Sole 24 Ore
Stefano
11/2/2010


Da Garden City a City in the Garden. E’ questo il salto – non solo lessicale – che Singapore sta attrezzandosi a compiere, portando a compimento una mission iniziata trent’anni fa: affrancarsi dallo status di metropoli del Terzo mondo e divenire ‘global city’ in virtù di una scelta di ecocompatiblità, una realtà urbana in cui la Natura entra in connubio simbiotico con la tecnologia, diventando così forza trainante sociale e culturale ma anche economica.
E’ la messa in pratica della vision che vede l’ambiente come motore dello sviluppo – idea assai trendy oggigiorno, ma che nella Città-Stato localizzata sulla punta della Penisola malese, cominciò a farsi strada già

alla fine degli anni ‘60 (i tempi di riconversione della vocazione di una città sono lunghissimi – non si può improvvisare!), Fu l’allora Primo Ministro Lee Kuan Yew che elaborò il concetto di “Città Giardino”, in cui il verde urbano fosse pervasivo e assolvesse ad una duplice funzione: “ammorbidire” la durezza della vita quotidiana in una realtà dominata dalla densità tipica della giungla di cemento e, al contempo, mostrare agli investitori – in un momento cruciale per la mobilità del capitale internazionale come furono gli anni ’70 – che Singapore era un posto dove le politiche per lo sviluppo venivano concepite e poi effettivamente realizzate. Uno sviluppo che, era implicito nella nozione di Garden City, doveva essere “verde e pulito”, ovvero “sostenibile” – un’idea che avrebbe avuto piena legittimazione politica globale soltanto a metà 1980, con il Brindtland Report.
Fulcro e emblema della transizione verso la “Città nel Giardino” è il progetto urbanistico che va sotto il nome di “Gardens by the Bay”, destinato a interessare un chilometro quadrato del cuore pulsante della città, all’altezza del waterfront. Con un costo complessivo di circa mezzo miliardo di euro, l’intervento – la cui prima fase verrà ultimata nel 2011– insisterà su tre aree che costeggiano il Marina Channel, il canale un tempo estuario del Singapore River e ora invaso dall’acqua marina dopo che una diga ha bloccato il flusso del fiume per creare un reservoir d’acqua dolce, il Marina Bay.
Le porzioni maggiori dell’intervento (Gardens at Marina South e Gardens at Marina East, 54 e 32 ettari, assegnate rispettivamente agli studi inglesi Grant Associates e Gustafson Porter) prevedono la realizzazione di strutture avveniristiche ma soprattutto coerenti con l’idea di integrare tecnologia e Natura in nome sia della sostenibilità ambientale che della qualità della vita. Ad una coppia di serre di 3 ettari ciascuna, nelle quali saranno replicati i vari mondi vegetali (flora tropicale, montana, mediterranea), verranno così affiancati una serie di giardini botanici a scopo educativo che possano aiutare i visitatori a meglio comprendere il ruolo socio-economico rivestito dall’ambiente. Ma la parte spettacolare dell’intervento è quella della costruzione di una serie di “Supertree”, strutture che richiameranno la fisionomia di un albero e che in qualche caso avranno l’altezza di un palazzo di 17 piani: la loro parte esterna fungerà da giardino verticale mentre all’interno si celerà una vera e propria “sala macchine” di gestione delle serre e del giardino di Marina South.
Collaterale ma decisivo sotto l’aspetto della sostenibilità ambientale sarà la chiusura anche del Marina Channel, con un barrage che impedisca alla marea di spingere all’interno l’acqua del prospiciente Stretto. Ne risulterà un ulteriore specchio d’acqua dolce che, una volta unito agli esistenti reservoir di Kallang Basin e Marina Bay, darà vita ad un vero e proprio lago, capace di soddisfare almeno il 10% del fabbisogno idrico della città. Un risultato straordinario se si pensa che soltanto quarant’anni fa il fiume era ancora la via storica d’accesso al porto (successivamente spostato nella parte ovest dell’isola) ma anche il punto finale di scarico di rifiuti d’ogni tipo, dai liquami di porcilaie e allevamenti di anatre agli scarti dei vari mercati all’ingrosso della città. Fu ancora una volta il padre-padrone Lee Kuan Yew (vedi box) a lanciare la sfida: “In dieci anni dobbiamo tornare a pescare nel fiume”, disse nel 1977. Così è stato; ma non solo: da qui a qualche anno quell’acqua – previo trattamento mediante membrane a osmosi inversa – potrà essere destinata a consumo umano.
Così, mentre continua a ripensarsi in funzione di una vocazione ambientale sempre più spiccata, Singapore prosegue nella sua scalata nella classifica dei centri globali più vitali del XXI secolo. Non a caso il sorpasso della Svizzera come centro mondiale del private banking è cosa ormai acquisita e HP, Intel e Yahoo! hanno scelto proprio la futura “Città nel Giardino” come sede di data centre per lo sviluppo di soluzioni nel cloud computing, da molti considerato il paradigma prossimo venturo nella fornitura di servizi informatici.
Evidentemente, come ebbe a intuire quasi mezzo secolo fa Lee Kuan Yew, anche per investitori e corporation internazionali “verde è bello”.
Stefano Gulmanelli

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segnalazioni e commenti
The Afrikaner. A Novel
The Afrikaner (Guernica Editions) is a transcultural novel by Arianna Dagnino set in Southern Africa between Johannesburg, Cape Town, the Kalahari Desert and Zanzibar. It starts as an urban thriller, it develops into a road adventure, it acquires the tones of a scientific novel and it ends on a metafictional note.

More succinctly, The Afrikaner is a fiction on South Africa and the destiny its Black, Coloured and White tribes have historically shared and will continue to share under the African sky.

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Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility
In Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility, Arianna Dagnino analyzes a new type of literature emerging from artists’ increased movement and cultural flows spawned by globalization. This “transcultural” literature is produced by authors who write across cultural and national boundaries and who transcend in their lives and creative production the borders of a single culture. Dagnino’s book contains a creative rendition of interviews conducted with five internationally renowned writers—Inez Baranay, Brian Castro, Alberto Manguel, Tim Parks, and Ilija Trojanow—and a critical exegesis reflecting on thematical, critical, and stylistical aspects.

"In this thought-provoking study, Arianna Dagnino is concerned to identify a cohort of writers who, in the ease with which they move between domiciles, languages and cultures, find themselves ahead of the pack in expressing a newly emergent transcultural sensibility. In a series of interviews, intercut with her own diary entries and treated to a light process of fictionalization – which is brought off with a novelist’s skilled hand – five writers present their reflections on their genesis, their present situation, and their future aims in a more and more globalized world, reflections which are never less than interesting and are often far-sighted. Their comments are in turn interrogated by Dagnino and set in a wider framework of transcultural theory. Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility is a significant contribution to a growing body of work on the metamorphosis of literary culture in times of dissolving cultural boundaries." – Nobel Laureate J M Coetzee, The University of Adelaide
http://blogs.ubc.ca/transculturalwriters/
http://www.thepress.purdue.edu/titles/format/9781557537065
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