Una bomba fra i coralli
La Stampa
Stefano
6/4/2010


Era a velocità massima quando, nel pomeriggio di sabato, si è infilato come la lama di un coltello dentro uno dei tratti più spettacolari e incontaminati della Grande Barriera Corallina Australiana. Ora il cargo cinese Shen Neng 1, carico di 65mila tonnellate di carbone, è appoggiato sulla porzione di bassofondale denominata Douglas Shoal, a circa 70 km da Great Keppel Island, forse il più famoso fra i punti di partenza dei turisti alla volta della Great Barrier Reef. La collisione ha procurato allo scafo, in corrispondenza della sala macchine, un grosso squarcio dal quale finora si è riversata in mare solo una minima parte
del carburante stivato - 950 tonnellate di olio pesante, il carico massimo, dato che la nave aveva appena lasciato Gladstone, nel Queensland, diretta in Cina. Le quattro tonnellate di olio pesante, fuoriuscite creando un lugubre nastro scuro lungo tre chilometri e largo cento metri, sono state contenute grazie al solvente spruzzato in vari passaggi aerei. Ma il timore è che la nave possa spezzarsi sotto l’urto delle ondate che s’infrangono sullo scafo, un pericolo che potrebbe materializzarsi qualora il tempo dovesse volgere in burrasca, come non è insolito di questa stagione in questo tratto della costa australiana. “Per ora ci sentiamo di escludere l’eventualità che il cargo si spezzi” ha detto Patrick Quirk del Maritime Safety Queensland, l’agenzia governativa che coordina le operazioni attorno alla Shen Neng 1, “ma la nave è stata trascinata dalle onde per oltre trenta metri dal punto d’impatto e questo non fa che peggiorare la situazione dello scafo”. Di qui la decisione di utilizzare due rimorchiatori per tenere agganciato e stabilizzato il cargo cinese. I timori di una possibile rottura sono alimentati dalla notizia data dalle TV, secondo cui lo stesso equipaggio avrebbe detto di sentire lo scafo scricchiolare sotto i piedi. Intanto gli uomini della Australian Maritime Safety Authority, portati a bordo da un elicottero, stanno valutando quali passi intraprendere per cercare di disincagliare la nave. “Si vuole capire se è opportuno pompare l’olio dalla stiva prima di tentare qualsiasi manovra di spostamento” ha detto Anna Bligh, la Premier del Queensland, lo Stato per il quale la Grande Barriera corallina è un vero e proprio tesoro economico oltre che naturalistico.
In questa fase l’attenzione è tutta rivolta a cercare di minimizzare un danno ecologico che potrebbe essere disastroso: “I reef corallini sono molto resistenti e possono sopportare tante cose” sottolinea il biologo marino Greg Webb, riferendosi ai segni di sofferenza che la Grande Barriera mostra a causa dell’acidificazione delle acque oceaniche dovute all’effetto serra, “ma un’ondata di petrolio può avere davvero effetti disastrosi”.
Le polemiche sulle responsabilità di quanto accaduto stanno già montando, soprattutto fra le forze politiche. Sulla responsabilità del capitano della Shen Neng 1 non sembrano esserci molti dubbi: la nave era fuori rotta di trenta chilometri rispetto al canale concesso ai navigli che lasciano le coste del Queensland diretti verso i porti cinesi. “La società armatrice pagherà caro questo incidente” non a caso ha preannunciato la Bligh. Ma la domanda che ci si pone – e che viene posta con forza dal leader dei Green (Verdi) australiani, Bob Brown – è come mai navi straniere con carichi commerciali che, come nel caso della Shen Neng 1, valgono decine di milioni di dollari non siano obbligate a utilizzare un pilota locale, che conosca i fondali, per uscire da una zona così delicata: “Il costo ammonterebbe a sei/settemila dollari” ha detto davanti alle telecamere Brown, “e francamente non mi sembra un granché come assicurazione da disastri come quello che potrebbe avvenire sul Douglas Shoal…”
Stefano Gulmanelli

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