L'Australia al voto su Julia la Rossa
La Stampa
Stefano
21/8/2010


Adelaide - Sarà un pugno di seggi, perlopiù concentrati nella periferia ovest di Sydney, a sancire l’esito delle elezioni federali previste domani in Australia. I sondaggi danno il Labor Party del Primo Ministro Julia Gillard, prima australiana assurta a tale carica, in leggero vantaggio ma se i Liberal di Tony Abbott dovessero fare il pieno nella decina di seggi ancora in bilico, l’Australia vedrebbe cambiar colore politico al proprio governo federale.
Un’eventualità impensabile soltanto sei mesi fa, quando a guidare il governo c’era ancora Kevin Rudd, il leader Labor capace di battere nel 2007 John Howard, il più longevo Primo ministro australiano dell’ultimo mezzo secolo. Ancora

a metà 2009 Rudd godeva di una popolarità mai raggiunta da un capo di governo australiano. Tanto gradimento scaturiva soprattutto dall’aver saputo tener fuori l’Australia – unico fra i Paesi OCSE – dalla recessione indotta dalla crisi finanziaria dell’autunno 2008. Aiutato dalla persistente crescita della Cina, grande acquirente delle materie prime australiane, il governo Rudd era riuscito, iniettando nell’economia uno stimolo massiccio e tempestivo, a far crescere il PIL nazionale quando quello degli altri Paesi sviluppati segnava una diminuzione dopo l’altra.
L’idillio si è incrinato quando, fallita la Conferenza di Copenhagen, Rudd ha archiviato il suo progetto di Emissions Trading Scheme, un sistema per contenere le emissioni di gas serra non dissimile da quello europeo. Gli australiani – cui fino a pochi giorni prima Rudd aveva detto che la lotta al cambiamento climatico era “la grande sfida morale della nostra era” – non hanno gradito il ripensamento. Il colpo di grazia è però venuto dalla tassa sui profitti minerari, un provvedimento partorito in fretta e che, soprattutto, ha provocato la dura reazione di un settore fra i più potenti del Paese, dato che genera un terzo del PIL. Dinanzi al crollo del gradimento di Rudd a pochi mesi dalle elezioni, il Labor è giunto alla decisione di cambiar cavallo, eleggendo a suo leader (e quindi Capo del governo) la vice di Rudd, Julia Gillard.
Paradossalmente, questo cambio repentino è parte dei problemi che la Gillard ha dovuto fronteggiare in campagna elettorale. Seppur impopolare, Rudd era il Primo ministro eletto dagli australiani, i quali sono fortemente refrattari ai colpi di Palazzo dietro le quinte. Non a caso, ad ogni incontro con giornalisti ed elettori, la Gillard si è sentita chieder conto del suo ruolo nel coup che le ha dato il potere. La campagna Liberal ha ampiamente sfruttato il ‘peccato originale’ dell’attuale Primo ministro, accompagnandolo con altri due temi: l’abbattimento, con tagli di spesa, del debito federale (figlio della manovra anti-crisi) e la linea dura contro gli sbarchi di potenziali rifugiati sulle coste australiane. Entrambi i messaggi sono spesso semplificati al limite della banalizzazione ma sono risultati efficaci, tanto da aver messo l’attuale opposizione in condizione di aspirare alla vittoria.
Resta la possibilità di uno stallo - il cosiddetto Parlamento “appeso” in cui nessuna delle due forze maggiori ha i numeri per governare da sola. A fungere da ago della bilancia sarebbero allora i Verdi, e questa sarebbe davvero una novità storica in Australia.

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