Il Quebec domenica alla urne. L'ombra di una virata secessionista
Repubblica.it
Stefano
4/4/2014


Le elezioni di domenica in Québec potrebbero essere il primo passo verso un nuovo tentativo da parte della provincia francofona di acquisire l’indipendenza dal resto del Canada. Il Parti Québécois (PQ), già promotore dei referendum secessionisti del 1980 e del 1995, ha chiamato alle urne gli elettori per avere mandato pieno a promulgare la Charte des valeurs québécoises ma con il fine ultimo, dicono gli osservatori, di creare le condizioni per un nuovo referendum secessionista.

La Carta dei valori québecois è una proposta di legge controversa – soprattutto nel resto del Canada – perché rigetta lo spirito multiculturale che permea l’ethos sociale canadese. In nome del laicismo dello Stato, il provvedimento infatti proibirebbe l’esercizio nella sfera pubblica di pratiche culturali quali l’esibizione da parte degli impiegati pubblici di simboli religiosi o l’osservanza nei centri per l’infanzia di regimi dietetici dettati da precetti religiosi. In pratica, in nome dei valori québecois (cristiani), verrebbe ristretto lo spazio di espressione delle minoranze etniche e religiose non cristiane. Ciò rende probabile che, se resa legge, la Carta dei valori finirebbe impugnata davanti alla Corte Suprema, il che sembrerebbe essere la speranza segreta del PQ: se la legge fosse bocciata si avrebbe un rigurgito d’orgoglio québecois che faciliterebbe la vittoria in un referendum separatista indetto all’uopo.
La reazione del resto del Canada all’idea di un nuovo tentativo secessionista del Québec è un misto d’indifferenza e irritazione. Un recente sondaggio mostra che il 75% della popolazione canadese vorrebbe che il Québec rimanesse una provincia del Canada, ma al tempo stesso un uguale 75% si dichiara stufo delle minacce separatiste. Un simile quadro di crescente fastidio emerge da un’indagine Leger Marketing, in cui il 43% dei canadesi non québecois definisce la provincia francofona un fardello per il Canada, contro un 39% che la considera una risorsa. Il messaggio che questa porzione di opinione pubblica invia ai ‘cugini’ québecois è quindi chiaro: andate, se volete, ma non aspettatevi che tutto resti come prima quanto a movimento di persone, cose e capitali: se ci dovranno essere frontiere fra il Québec e il resto del Canada, ebbene, saranno frontiere vere.
Per alcuni studiosi e politologi la questione non è però così semplice. L’eventuale uscita del Québec dalla Federazione avrebbe infatti serie ripercussioni per tutto il Canada e non tanto per il peso economico della provincia secessionista, rilevante ma in declino se comparato al contributo di ricchezza offerto da province come l’Alberta o Manitoba grazie al boom delle sabbie bituminose. L’impatto riguarderebbe la configurazione stessa del Canada. La nazione, dice Irvin Studin, professore di Public Policy and Governance all’Università di Toronto, potrebbe disintegrarsi dal punto di vista sia geopolitico che costituzionale. Da un lato infatti il Canada perderebbe la dimensione continentale di Stato il cui territorio si espande fra due oceani senza soluzione di continuità – il che peraltro farebbe delle Province occidentali (New Brunswick, Prince Edward Island, Nova Scotia, Labrador e Newfoundland) dei territori lontani dal centro gravitazionale della Federazione. Dall’altro i restanti Stati si sentirebbero legittimati a ridiscutere i termini costituzionali secondo cui oggi Ottawa, la capitale federale, governa la nazione, aprendo un vaso di Pandora dagli esiti imprevedibili. Tutto ciò in un contesto in cui, avverte Studin, “non abbiamo più il fiato sul collo della pressione espansiva statunitense che ci spinse nel 1867 a confederarci”. In altre parole, anche se di mala voglia, i canadesi non québecois, farebbero bene a prestare attenzione ai risultati in arrivo da Montréal domenica sera.
Stefano Gulmanelli





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