L'apprendimento tramite il viaggio
Next - FMR Franco Maria Ricci (Anno V, Numero 15, 2002)
Arianna


Viaggiatori si nasce o si diventa?

Tutti nasciamo viaggiatori, poi, alcuni, crescendo, dimenticano di esserlo. In questo caso è necessario recuperare quanto, del viaggiatore, è nascosto dentro di noi.
Le strutture della società, finora, hanno spinto verso la sedentarizzazione dell'uomo. L'agricoltura, prima, le fabbriche, dopo, hanno lasciato poco spazio al viaggio come stile di vita, lo hanno tramutato in una sorta di evasione, un surrogato, breve e temporaneo, di libertà vitale. I valori supremi, fino a qualche anno fa, sono stati la fissa dimora e il posto fisso. L'essere sedentari, in realtà, non appartiene alla nostra natura. La nostra stessa vita, infatti, non è altro che un viaggio, e, per di più, un viaggio di sola andata.


C'è, comunque, chi nasce viaggiatore e non se lo dimentica, anche dopo aver trascorso diversi anni della propria vita dietro una scrivania. Bruce Chatwin, per esempio, prima di diventare un grande viaggiatore, ha trascorso buona parte della vita studiando e lavorando in una casa d'aste. Ciò che spinge l'uomo a viaggiare, in ogni caso, è un forte senso di irrequietezza e una curiosità esasperata. Una specie di tarlo che non ti fa stare fermo, che ti fa mordere il freno ovunque tu stia troppo a lungo e quando sei fermo ti fa sentire perduto.
Sono nata con quel tarlo e non credo sia una questione di cultura o di educazione. Il senso del viaggio ha radici più profonde: sta nel cuore, negli istinti, nella pancia. E' la voglia di sentimenti forti, puliti.
Quando entro nel deserto, per esempio, sento che sto entrando in una dimensione in cui spazio, tempo, prospettive umane perdono le loro rigide coordinate. Non mi resta che procedere, come dicono i Boscimani, nella direzione del vento.

Cosa si impara attraverso il viaggio?

Il viaggio è stato, per me, un'opportunità per testare le mie capacità, per raggiungere un certo equilibrio psicologico di fronte a situazioni difficili e di grande tensione, per conquistare una certa dose di autocontrollo, cosa di cui sono caratterialmente sprovvista.
Viaggiando ho imparato a liberarmi dai pregiudizi, anche da quelli positivi, a spogliarmi della veste di radical shic, di borghese alternativa amante delle forti emozioni.
Un aneddoto, tratto da un mio diario di viaggio, può aiutare a capire cosa intendo. Si tratta di un viaggio che definisco a fiato corto, della durata di quaranta giorni lungo la via della seta. Eravamo in una tenda mongola, una yurt, al confine con la Mongolia.
"Stanotte dormiremo in yurt . Hanno acceso il fuoco nella stufetta a carbone ed hanno lasciato l'acqua calda per il the. Stefano sta sempre peggio, ha la febbre alta e un raffreddore feroce. Nella tenda fa comunque freddo. Da un grande squarcio nel tetto, infatti, creato perché la canna fumaria della stufetta non entri in contatto col feltro e bruci tutto, scende la spessa umidità notturna dei tremila metri".
Il giorno dopo abbiamo scoperto che, appena dietro la curva, i nostri padroni di tenda si erano costruiti una casetta.
"Morale: questi ex nomadi ora dormono in casette di cemento e i turisti, loro clienti, dormono nelle yurt. Anch'io, confesso, sono caduta nella trappola romantica di uno sconfortevole soggiorno in tenda".
Questa paradossale esperienza, peraltro, non è stata un episodio isolato. In Amazzonia ho cercato, ancora una volta, un'esperienza, vera, pura, assoluta.
Sono finita, così, a passare una settimana con una famiglia di indigeni lungo il fiume. Bevevo, come loro, l'acqua scura del Rio Negro, facevo il bagno nel fiume, mangiavo il loro cibo. Al tramonto, poi, eravamo costretti a barricarci nella nostra capanna, per difenderci da insidiosi attacchi di insetti mortali.
Una notte, incuriosita da strani rumori, raggiungo l'area comune della famiglia per capire di cosa potesse trattarsi. Gli indigeni, in piena giungla amazzonica, erano tutti appassionatamente attaccati allo schermo di un televisore, alimentato non so come, a guardare una tipica telenovela brasiliana.
Mi sono sentita, così, l'occidentale che cerca, ad ogni costo, di giungere ai primordi laddove, chi vive ai primordi, ricerca affannosamente uno stralcio di civiltà.
Dal viaggio, ancora, posso dire di aver imparato a perdermi per ritrovarmi. Nei miei viaggi, cioè, ho cercato una risposta alla domanda classica del viaggiatore, con cui Chatwin ha titolato uno dei suoi libri migliori: "Che ci faccio io qui?"
Penso spesso a quando ci hanno chiesto: "Ma che ci andate a fare in Africa?"
In realtà non so rispondere nemmeno ora. E' strano. E' come se tentassi di vivere a cavallo tra passato remoto e futuro avanzato.
Perdersi nella Savana o perdersi nella grande rete, in piena civiltà, non fa molta differenza è comunque un perdersi per ritrovarsi sotto altre spoglie, con qualcosa di nuovo da dire a se stessi. "[...] Sono finita, come tanti altri bianchi, in the heart of darkness, nel cuore della tenebra. Per conoscere te stesso devi passare attraverso il tunnel psichico dell'Africa, attraverso la giungla della tua mente".
Viaggiare mi ha permesso, ancora, di comprendere l'importanza di essere in equilibrio con se stessi, di amare la solitudine e il silenzio.
I Boscimani mi hanno insegnato il piacere del silenzio. Nel mio diario di viaggio scrivo, a questo proposito: "...nel loro silenzio impari a condividere con loro i momenti più belli. Quelli in cui tutto tace e la natura parla. [...] Siedi vicino a loro, nell'immobilità e nel silenzio che precedono ogni tramonto africano e li senti. Sono attenzione allo stato puro. Se ne stanno accovacciati li, quasi con indolenza, ma ti accorgi che non gli sfugge nulla: gli odori che porta la brezza, il segnale di pericolo lanciato dall'uccello tessitore, la traccia appena accennata sul terreno da un mamba. Non c'è mai un gesto di troppo, non c'è energia sprecata. Ogni azione è frutto di una costante concentrazione, di una lucidità consapevole."

Quanto conta il viaggio nell'esperienza quotidiana?

La stessa esperienza di lavoro, per me, dovrebbe essere vissuta come un viaggio. Come un'avventura in territori sempre mutevoli, sconosciuti, spesso pericolosi.
Secondo la Stenton Chaise International, una società di consulenza legata all'exuctive research, il nuovo top manager deve essere expeditious, rapido; dipomatic, negoziale; inspiring, ispiratore; honest, schietto.
Queste caratteristiche si possono sviluppare utilizzando il viaggio come momento di apprendimento e, in particolare, vivendo il lavoro come un viaggio, cioè, come un'esperienza da cui apprendere.
Il viaggio, più concretamente, facilita l'apprendimento delle lingue straniere. Non c'è corso che tenga contro la possibilità di usare una nuova lingua per vivere in un paese straniero.
Il viaggio, inoltre, migliora le capacità comunicative, la capacità di relazionarsi ad altre persone. Non parlo semplicemente del linguaggio verbale, ma di una comunicazione più profonda, totale. Quando ti trovi nel cuore della Cina rurale con una guida che non parla inglese, capisci che devi mettercela tutta per comunicare, non puoi risparmiarti.
In viaggio, come nella vita, si verificano situazioni da cui esci illeso solo se sei stato abile a comunicare le tue ragioni o i tuoi bisogni.
Il viaggio, ancora, affina la capacità istintiva di valutare le persone identificando quelle di cui ti puoi fidare e quelle da evitare.
Affina l'empatia. Si impara, anche nel non detto, a percepire meglio gli stati d'animo delle persone, a capire cosa sentono, cosa vogliono.
Nessuno si preoccupa di insegnare in modo diretto e con metodo le basi della convivenza pacifica. La capacità, cioè, di ascoltare le ragioni della controparte, l'arte di instaurare e alimentare relazioni, di entrare in empatia con i sentimenti altrui, di risolvere positivamente i conflitti interpersonali, di sviluppare l'autocontrollo e il controllo dei sentimenti negativi.
Nell'era dell'information tecnology, tra l'altro, l'empatia diventa una qualità fondamentale, soprattutto per la leadership.
L'esercizio del potere di chi ha il controllo o la responsabilità finale di un progetto, infatti, tende ora a fondarsi sulla abilità di gestire in modo armonioso i rapporti interpersonali.
Il valore di un leader viene valutato in base al grado di scioltezza con cui riesce a motivare e coinvolgere i membri della sua squadra di lavoro, alla capacità con cui sa conquistarsi rispetto consenso e autorevolezza.
Quando viaggi, soprattutto se viaggi da solo, tutti i tuoi sensi si acuiscono. Il viaggio, per di più, accresce la rapidità decisionale. In alcune situazioni sei costretto a decidere nel giro di pochi minuti se prendere quel treno, quel taxi o quella nave, se cancellare quel volo, se rimandare la partenza di un giorno. Così impari, a tue spese, che il decidere è essenziale, anche se poi la decisione si rivela disastrosa. Il non decidere, del resto, non è ammissibile perché significherebbe perdere il controllo sul proprio viaggio.
Si può anche decidere di perdere il controllo, beninteso, ma la scelta deve essere consapevole.
La stessa cosa vale per un manager. E' meglio prendere una decisione, anche se la resa dei conti si dimostra poco conveniente, che non decidere affatto, farsi prendere dall'inerzia del momento, perché così si perde la leadership.
Il viaggio insegna a valutare il senso del pericolo. Quando qualcosa sta andando storto, per quanto apparentemente non ci sarebbero i presupposti né le circostanze, lo sai e ti tieni pronto. Non c'è bisogno di esplicitare quanto una tale attitudine si riveli utile in ambito lavorativo.
Il viaggio, in tal senso, riesce ad infonderti sicurezza. Molto spesso c'è necessità di una certa sfacciataggine per ottenere quello che stai cercando. Se hai percorso duemila chilometri di strada sterrata per raggiungere qualcosa che ti interessa, non puoi farti fermare dal fatto di non essere ammesso perché sei straniero, bianco, donna o, semplicemente, perché non è l'orario giusto.
Attraverso il viaggio si impara, inoltre, a vivere in osmosi con l'ambiente e la cultura circostante, a farsi permeare dalle altre culture. La propria identità culturale non esce svilita da un tale processo, ma si arricchisce di nuovi valori, nuovi usi, nuovi costumi. Dal punto di vista professionale, poi, acquisire delle norme di etichetta etnica è sicuramente conveniente.
Dal viaggio si impara, in definitiva, il senso del limite: fin dove è possibile spingersi e dove, invece, è necessario rispettare il confine tra se stessi e gli altri.
In ambito professionale questo si traduce, come già si diceva, nella capacità di motivare i propri collaboratori facendo leva sulla propria autorevolezza, piuttosto che sulla sterile imposizione della propria volontà.
Appianare i conflitti senza aggressività e senza mortificare il singolo, minacciando la sua identità, è un'attitudine che non si manifesta spontaneamente ma va coltivata.
Levinson afferma in proposito: "I dirigenti scarsamente empatici sono molto inclini a fornire il feedback in modo offensivo, come una raggelante umiliazione. L'effetto netto di queste critiche è distruttivo, invece di aprire la strada alla correzione dell'errore, generano una reazione emotiva negativa, di risentimento e di amarezza spingendo l'individuo a mettersi sulla difensiva e a mantenere le distanze".

Da cosa si riconosce un buon viaggiatore?

Un grande viaggiatore è, tendenzialmente, anche un grande masochista. Certe volte solo la sofferenza riesce a svelarti il dietro le quinte di realtà nuove e sconosciute.
Cito, ancora una volta, dal mio diario di viaggio. Eravamo in Cina. "Questo spazio bianco era destinato alle foto che Stefano non ha voluto scattare. Per lui lo spettacolo era troppo ributtante e, comunque, in foto non avrebbe reso. Le foto non emanano gli odori e il calore di certe giornate. Ci siamo avventurati in un vicolo mefitico. Dal fango della strada sterrata salivano esalazioni da cloaca. Il caldo era appiccicoso. Ed ecco la scena che si apre sotto i nostri: un mercato delle carni per strada. Non esiste ghiaccio né alcun metodo di refrigerazione. I banchi sono invasi dalle mosche, i venditori affondano le mani rosse di sangue nelle viscere degli animali e portano la loro mercanzia verso l'alto, sbattendola sotto gli occhi degli avventori incerti sull'acquisto. Urla, mosche e sangue. La Cina è anche questo".
Un buon viaggiatore si riconosce dall'autocontrollo in situazioni difficili. Un vero viaggiatore finisce per assumere un approccio quasi fatalista di fronte alle circostanze avverse.
Non credo di aver imparato ad esercitare un tale autocontrollo in ogni situazione, ma ritengo che il vero viaggiatore debba tendere ad un tale obiettivo ed ho conosciuto viaggiatori che avevano raggiunto uno spiccato senso dell'autocontrollo.
Quando hai fatto di tutto per evitare il peggio e, nonostante ciò, il peggio accade: vivilo!
E' un'esperienza, una di quelle esperienze che più ti rimarranno impresse nella memoria alla fine del viaggio. E' una piccola lezione di vita. Il viaggio che ho fatto in Cina, a questo proposito, è stato sicuramente la mia vacanza più brutta, ma il mio viaggio più bello.
Un vero viaggiatore è dotato, ancora, di forte autodisciplina. Non può essere uno schizzinoso, non fa storie, non si lamenta. Ha visto le sofferenze del mondo e, al confronto, le sue sono ben poca roba. Rispetta le regole del luogo, se ci riesce.
Un vero viaggiatore sa che non esiste un unico fluire del tempo. Ce ne sono molti, frutto delle circostanze e dei luoghi. In certi luoghi dell'Africa, dell'Asia e del Sud dell'America il tempo scorre in modo diverso, rallentato rispetto ai nostri standard europei. Il viaggiatore ha, pertanto, la consapevolezza che la propria percezione del tempo debba adeguarsi alle circostanze esterne, il più delle volte incontrollabili.
Non è necessario andare lontano per provare tali sensazioni. Nell'isola di Vulcano, in Sicilia, c'è un piccolo porticciolo: Ginostra, a poche ore dalla terra ferma il tempo muta.
Un vero viaggiatore, infine, si riconosce dall'umiltà. La sua conoscenza del mondo, infatti, non gli consente l'arroganza di che crede di avere la verità in tasca.
Più viaggi, più ti accorgi che tutto è relativo; ogni opinione, ogni certezza è relativa al contesto in cui viene espressa. Quando viaggi percepisci, assorbi la realtà da molteplici punti di vista e ti accorgi che ogni interpretazione è sempre parziale e soggettiva.
Credo che esistano quattro modi diversi di viaggiare; ognuno di essi può arricchirti in modo diverso. Si tratta in ogni caso di esperienze che lasciano inconfondibili tracce.
Credo di aver sperimentato ogni possibile modo di viaggiare e considero i miei viaggi come le tappe che hanno scandito il mio percorso di vita.
C'è il viaggio da anno sabbatico, quello che nell'800 gli studenti europei spendevano per il Grand Tour prima di entrare tra i ranghi della borghesia e dell'aristocrazia cittadine. L'obiettivo del Grand Tour consisteva "nell'apprendere le lingue, nel conoscere le leggi e i costumi, gli interessi e le forme di governo delle altre nazioni, nell'acquisire urbanità di modi e sicurezza di comportamenti, nell'educare lo spirito alla conversazione e ai rapporti umani".
Ritroviamo queste righe, di grande attualità, nel Thristram Shandy di Sterne scritto più di due secoli fa.
Il mio anno sabbatico è durato, in realtà, due anni. Avevo vinto una borsa di studio per Mosca della durata di nove mesi per perfezionare la lingua russa. Dopo questa esperienza, forse per reazione, ho vissuto negli Stati Uniti e dunque a Londra. Non sono mai stata ricca e, pertanto, ho fatto i più diversi lavori per mantenermi: la ragazza alla pari, la cassiera, la cameriera.
Un altro modo di viaggiare è quello che definisco "il viaggio a fiato corto". Quello che va da un minimo di una settimana ad un massimo di quaranta giorni. Tutti, in genere, possono permettersi questo tipo di viaggio. Ho viaggiato molto in questo modo, soprattutto per lavoro.
C'è, poi, un terzo modo di viaggiare, secondo me. Mi riferisco ad un tipo di viaggio che potremmo definire semipermanente.
Sembrerà paradossale ma, penso, che il viaggio sia tanto più vero quanto più è permanente. Questo vuol dire che quando sei in un luogo sconosciuto ci devi stare dentro un bel po', devi lasciarti permeare dalla sua essenza. Solo così potrai dire di averlo conosciuto a fondo. Un tale traguardo, tuttavia, richiede tempo, molto tempo.
I grandi viaggiatori dell'era Vittoriana avevano, in tal senso, diversi vantaggi: risorse economiche, mezzi, tempo.
Ho scelto di provare la permanenza. Ho dovuto lasciare tutto, naturalmente. Ho fatto una scelta drastica, ma non ero sola.
Sono partita per il Sud Africa con mio marito Stefano. Abbiamo viaggiato in Africa dall'interno, spostandoci nella permanenza, riconoscendo luoghi sempre diversi ma uniti da un'unica anima.
Il quarto tipo di viaggio, infine, ha un'origine più complessa, esistenziale. Potremmo considerarlo come l'esperienza nomadica della vita sia privata che professionale. Un'ultima citazione dal mio diario può chiarire cosa intendo.
"Di nuovo la cappa della siccità incombe su di noi, sebbene non manchino le pozze d'acqua. Forse questa è la vera Africa spietata nella sua generosa vitalità, arida nella sua ricchezza. Branchi di elefanti, gazzelle, antilopi, giraffe e zebre, sfilano davanti a noi, ma alle loro spalle gli acaci innalzano al cielo rami secchi. L'erba è ormai paglia gialla e la terra cerca invano la pioggia.
L'Africa che sognavo mi lascia interdetta a disagio, è come se solo ora mi rendessi conto di come sia forte e interiorizzata la mia natura europea. Bramando il ritorno alle origini riscopro l'amore per la civiltà, scopro una nuova maturità interiore. E' come se il mio spirito nomade avesse finalmente trovato la giusta rotta lungo cui viaggiare, una rotta che sento di poter percorrere con sicurezza.
Ringrazio l'Africa per avermi aiutato a capire me stessa, una selvaggia con occhi moderni".

Documento: L'apprendimento tramite il viaggio - Pdf
Link: http://www.nextonline.it/archivio/15/05.htm





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