Rian Malan
Il Foglio
Stefano
24/10/2004


“Dieci anni fa di questi tempi nascondevo monete d’oro sotto il pavimento e lucidavo il fucile”. Scherzando – ma non troppo – Rian Malan, uno dei giornalisti e scrittori sudafricani oggi più noti – ricordava così in un suo articolo di qualche mese fa l’avvicinarsi dell’aprile 1994, giorno delle prime elezioni multirazziali della storia del suo Paese. “Mi aspettavo da un momento all’altro il colpo di mano della destra boera per far deragliare il processo in corso. D’altronde dal mio punto di vista la pace era impossibile: c’erano troppa storia, troppo dolore, troppa rabbia da accantonare” proseguiva scrivendo in tono molto meno scherzoso Malan, “Poche settimane prima della data fatidica, comprai un giubbotto anti-proiettile, buttai giù qualche riga a mo’ di testamento e partii per il ‘fronte’ del Kwa-Zulu Natal, con in testa l’idea che avevo il 50 percento delle probabilità di non tornare”.
Erano in molti, dentro e fuori il Sudafrica, a non aver fiducia in una transizione pacifica. Come poteva allora crederci uno come Rian, con un’esistenza trascorsa nell’insanabile dilemma posto da un lato dalla genealogia – la stirpe dei Malan è in pratica la storia del Sudafrica “bianco” – e dall’altro dai sentimenti, ovvero la comprensione dell’ingiustizia alla base nel sistema razziale, maturata in Rian fin dall’adolescenza. I due mondi – il volk afrikaner, cui apparteneva per nascita, e le tribù africane, verso cui era spinto dai moti dell’anima – non potevano, secondo la sua esperienza di vita, neanche avvicinarsi. Figuriamoci se potevano arrivare a “toccarsi” in una convivenza di mutuo rispetto e tolleranza. Volerli metterli insieme, pensava Malan, era un po’ come pretendere di portare a contatto materia e anti-materia: tutto ciò che si ottiene è una gigantesca deflagrazione. [continua...]



Pauline Hanson, che parla dritta alla pancia del'Australia
Il Foglio
Stefano
3/10/2004


Erano le cinque del pomeriggio del 10 settembre del ’96 quando Pauline Hanson si alzò dallo scranno del Parlamento australiano conquistato nelle elezioni federali di qualche mese prima. Era giunto il suo turno di prendere la parola per quello che nei sistemi “di tipo Westminster” si chiama il “maiden speech” – il primo discorso della matricola parlamentare.
Non è dato di sapere che cosa le passasse per la testa mentre avvicinava a sé il microfono da cui avrebbe pronunciato le sue prime parole da membro del Parlamento federale. Ma è più che probabile che, in quel frangente, Pauline abbia pensato almeno per un momento che mai avrebbe creduto di arrivare a vivere un momento così solenne e significativo nella sua breve vita politica. Certamente non lo pensava né lo sperava quando, due anni prima – lasciato il bancone del suo negozio di “fish & chips” in quel di Ipswich, cittadina Old England a 40 Km dalla capitale del Queensland, Brisbane – aveva deciso di presentarsi candidata a un seggio nel consiglio municipale della sua città. Voleva assumersi le proprie responsabilità di cittadina consapevole, Pauline; voleva dire basta agli sperperi e punire la dissennata amministrazione che governava la sua Ipswich. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso della sua pazienza e l’aveva convinta a scendere in campo in prima persona era stato l’inaudito “spreco di soldi dei contribuenti” – così lo definì e lo avrebbe definito per tutta la campagna elettorale – che il Consiglio uscente stava per perpetrare ai danni della comunità: l’apertura di una biblioteca pubblica. [continua...]



Steve Mokone, stella nera del calcio quando l'Africa era un tabù
Il Foglio
Stefano
8/8/2004


Steve Mokonelaan: una strada che porta il suo nome oggi c’è soltanto ad Amsterdam. Il natio Sudafrica – per il quale Stephen Kalamazoo Mokone è un mito ed il migliore di sempre fra i propri calciatori – per ora lo ha gratificato solo con un’onorificenza pur prestigiosa come l’Ordine di Ikhamanga, il massimo onore tributato ai sudafricani distintisi nell’arte e nello sport. In effetti è soprattutto negli stadi, olandesi e non, del Vecchio Continente che Mokone, detto “Kala”, ha spopolato negli anni Cinquanta, vestendo maglie anche prestigiose come quella del Coventry, del Torino e del Valencia, squadra con cui affrontò anche il Santos di Pelè. E proprio alla “perla nera” Kala fu accostato da più di un commentatore europeo: “Se, fra i giocatori di calcio, Pelé è la Rolls Royce, Stanley Matthews la Mercedes Benz e di Stefano la Cadillac, beh, allora Kala è la Maserati” scriveva Beppe Branco dopo averlo visto all’opera in un Torino-Verona finito 5 a 2 con cinquina dell’asso sudafricano. E quando, qualche mese dopo, la squadra granata andò a giocare nell’allora Unione Sovietica contro la poderosa Dinamo Kiev – praticamente la nazionale sovietica del tempo - un commentatore locale chiuse così la sua radiocronaca: “In quarant’anni che mastico calcio di ogni parte del mondo, non ho mai visto un goal più bello di quello segnato stasera da Kala, a parte quello di Pelè contro la Svezia nella finale di Coppa del Mondo nel 1958”. [continua...]



Richard Stallman, gran nemico del software proprietario
Il Foglio
Stefano
1/8/2004


“Sono stato costruito in un laboratorio di Manhattan nel 1953 e mi sono trasferito all’Artificial Intelligence Lab del MIT di Boston nel 1971. Fra i miei hobby ci sono la cucina, il volo, le danze folcloristiche, la fantascienza e la programmazione. Cosa, quest’ultima, per cui sono persino pagato”. Sono le prime righe con cui Richard Stallman, ingegnere fisico di quarant’anni, gran parte dei quali passati a scrivere software, inizia la sua biografia semiseria sul proprio sito web. Ma Stallman, come ben sanno quelli che si interessano un po’ di informatica e dintorni, non è un programmatore qualunque; a dir il vero ormai non è quasi più un programmatore. Stallman è il Robin Hood del Terzo millennio digitale, il Don Chisciotte del Mondo tecnologico, il Roberspierre del Codice informatico. E’ l’idealista libertario secondo cui i “codici sorgenti”, quelli alla base dei software, devono poter essere accessibili e condivisi da chiunque li utilizzi. E’ colui che, in nome di questi principi, ha creato GNU, un sistema operativo – il software per il funzionamento base di un computer – basato sul “codice libero” e la cui configurazione più nota è conosciuta come Linux. E’ colui, infine, che ha messo a punto l’architettura giuridica della GPL (General Public Licence), che conferisce agli utilizzatori libertà di copiare, ridistribuire e perfino modificare il software così licenziato. E’, in pratica, il nemico pubblico numero uno delle corporation del software, a partire da quella Microsoft fondata da colui che quelli come Stallman di solito chiamano Bill(ion) Gates; [continua...]



Aubrey de Grey, il gerontologo che ci farà vivere fino a 150 anni
Il Foglio
Stefano
4/7/2004


“Se riuscissimo a farlo con i topi perché non potremmo riuscirci dopo con gli umani?” E’ questa la domanda che Aubrey de Grey, biogerontologo di frontiera - tanto di frontiera da essere considerato da qualche suo collega un semplice provocatore – rivolge all’interlocutore che gli chiede conto delle sue affermazioni sull’estensione della vita umana, a suo parere prolungabile fino a qualche centinaio di anni. E proprio per dimostrare l’ipotesi di base – ovvero che un topo può essere “ringiovanito” - De Grey, ricercatore al Dipartimento di Genetica dell’Università di Cambridge, ha lanciato il concorso del “topo Matusalemme”. Un concorso, con tanto di premio – un fondo in cui convogliano le donazioni di chiunque voglia contribuire alla causa – cui prendono parte i gruppi di ricercatori maggiormente impegnati nello studio di tecnologie anti-invecchiamento. Obiettivo per i partecipanti: raddoppiare la vita di una cavia da laboratorio. “Sarebbe un risultato” dice de Grey, “che farebbe finalmente prendere coscienza alla gente che l’invecchiamento di un organismo vivente può essere curato, se soltanto ci si applica senza pregiudizi e inutile rassegnazione”. Da ciò, è la tesi dello scienziato inglese, ne scaturirebbe una pressione sociale, inevitabile e ineludibile, che spingerebbe verso la ricerca i finanziamenti – soprattutto pubblici - necessari per studiare l’applicazione delle tecniche “anti-ageing” all’uomo. E comincerebbe così finalmente a dischiudersi la strada verso l’allungamento indefinito della vita – “il termine immortalità non mi piace” puntualizza De Grey, “anche perché falso: moriremmo comunque; solo che succederebbe molto, molto più tardi di adesso”. [continua...]



Abdullah al Saud - il re del deserto che non ama l'Occidente
Il Foglio
Stefano
23/5/2004


E’ considerato il monarca saudita più antiamericano mai salito al trono negli oltre sessant’anni di alleanza fra il regno wahabita e gli Usa. In effetti Abdullah al Saud - ufficialmente soltanto reggente ma de facto regnante a tutti gli effetti sull’Arabia Saudita per l’infermità del sovrano Fahd, suo fratellastro – ha un curriculum vitae costellato di momenti di frizione più o meno diretta con Wasghinton. Basta tornare indietro con la memoria alla prima Guerra del Golfo, la prima occasione in cui Abdullah – allora principe ereditario e vice primo ministro – venne proiettato sotto i riflettori della scena mondiale e all’attenzione degli osservatori, che fino ad allora poco o nulla sapevano di lui. Fu allora per esempio che Dick Cheney, oggi vicepresidente Usa, nell’agosto del 1990 atterrò a Ryadh in qualità di Ministro della Difesa per discutere con i sauditi il lancio di Desert Storm contro l’Iraq invasore del Kuwait e l’unico membro di rilievo della famiglia reale a non farsi trovare fu proprio Abdullah. Quando poi i marines iniziarono ad affluire sul suolo saudita, Abdullah – con gesto plateale e inusitato nei comportamenti in questi casi compassati della Casa Reale – per rimarcare il suo distacco da quella decisione, lasciò il resto del governo a Jeddah, la capitale estiva sul mare, per tornarsene a Riyadh, circondata dal deserto, elemento come vedremo a lui ben più congeniale. E poiché suo malgrado toccò a lui arringare l’esercito saudita in partenza per il fronte, lo fece esprimendo rammarico per il fatto che i suoi uomini venivano mandati a combattere contro gli Irakeni e non a difendere i diritti usurpati del popolo palestinese – episodio questo tuttora ricordato con ammirazione dalle fasce più militanti e radicali della popolazione saudita. [continua...]



Frederik de Klerk - eroe controvoglia del Sudafrica dei neri
Il Foglio
Stefano
25/4/2004


“Visto che siamo stati nei loro panni, abbiamo già fatto i loro errori – e, si spera, ne abbiamo fatto tesoro - credo che potremmo dar loro qualche buon consiglio, se ce lo chiedono”. Fredrik Willem (FW) De Klerk, ultimo presidente bianco del Sudafrica e co-autore di una transizione da molti ritenuta impossibile – dall’apartheid alla democrazia – descrive così l’ultima impresa in cui si è gettato: la partecipazione al Global Leadership Foundation (GLP), un ‘brain-tank’ formato da ex capi di Stato - fra cui il ceco Victor Havel e il portoghese Annibal Cavaco Silva - disponibili a dare consulenza a colleghi oggi in carica ed in difficoltà. Il tutto con discrezione e riservatezza, per non creare imbarazzo ai propri assistiti, che hanno una certa immagine da difendere. E se uno dei ‘consiliori’ – per storia politica o vicenda personale – non dovesse essere considerato ‘opportuno’, “vorrà dire che per quel progetto si farà a meno di lui” assicura de Klerk, ben consapevole che quello nel gruppo dei consulenti GLP che corre il maggior rischio di rifiuto è proprio lui. Già, perché l’aver contribuito ad evitare un bagno di sangue su cui tutti giuravano e l’aver creato le condizioni per un’evoluzione pacifica nel suo Paese è stato sufficiente per fargli vincere - assieme all’altro grande attore della vicenda, Nelson Mandela - il Nobel per la Pace ma non per redimerlo dall’accusa di essere comunque stato un bastione della segregazione razziale e affrancarlo dal sospetto di aver intrapreso il dialogo con i movimenti di liberazioni neri – l’African National Congress (ANC) di Mandela in primis – per puro opportunismo e mera mancanza di alternative. [continua...]



Thabo Mbeki - un capo africano e il suo indecifrabile potere
Il Foglio
Stefano
18/4/2004


“Chi è veramente Thabo Mbeki?” Quando Nelson Mandela, man mano che avanzava negli anni, cominciò a lasciare al suo vice presidente sempre più spazio nella gestione degli affari correnti di Stato, la gente del Sudafrica – e non solo – cominciò a chiederselo con crescente curiosità. Quando poi nell’inverno del 1997 Madiba – questo il soprannome dell’artefice primo del miracolo sudafricano – gli passò anche la carica di Presidente dell’African National Congress (ANC), il partito di governo sicuro vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute un anno e mezzo dopo, dando così la certezza che Mbeki sarebbe stato il secondo presidente nero del Sudafrica, la domanda divenne ineludibile.
Allora come oggi, dopo cinque anni da Presidente del Paese più ricco e meno africano del Continente nero, una risposta chiara e definitiva non c’è. [continua...]



Steve Mann - l'uomo che è diventato cyborg ma odia la pubblicità
Il Foglio
Stefano
14/3/2004


“Quando mi alzo al mattino decido come voglio vedere il mondo quel giorno: certe volte mi munisco di occhi che guardano all’indietro, altre volte mi aggiungo un sesto o settimo senso, dandomi cioè la capacità di ‘sentire’ oggetti che nella realtà non mi stanno toccando.” A parlare così è Steve Mann, canadese, quarantacinquenne, un Phd al Mit di Boston, ricercatore, docente e tecnofilosofo, ma soprattutto un uomo che da trent’anni vive in simbiosi con una minicamera e un computer che registra e filtra tutto ciò che vede. Un esempio – uno dei primissimi – di fusione fra essere umano e macchina, la cui eccentricità e originalità non è fine a se stessa, pura trasgressione di uomo stravagante: “No, anche se molti lo pensano, non credo di essere un fenomeno da baraccone. Lo faccio perché voglio mostrare – a me stesso e agli altri - ciò che siamo già diventati: esseri che non possono più fare a meno delle loro protesi tecnologiche, arrivino esse sotto forma di cellulare, lettore DVD o di pace-maker.” O, come nel suo caso, con le sembianze di computer “indossabile” - il WearComp da lui stesso inventato - un concentrato tecnologico di microprocessori, telecamere miniaturizzate e mini-proiettori laser grazie al quale può riprendere, manipolare e selezionare le immagini di ciò che lo circonda, oltre che usufruire di tutte le funzionalità tipiche di un computer ‘normale’: e-mail, navigazione Internet, scrittura di testi, elaborazione dati. Il tutto costantemente ‘on’ – ovvero acceso – e appiccicato addosso, come una seconda pelle. [continua...]



Terrence Malick, una sedia da regista vuota e l'occhio assoluto
Il Foglio
Stefano
30/11/2003


Trovare una sua foto è un’impresa improba. Alla notte degli Oscar del 1999, quando venne il momento di passare il filmato delle nomination alla regia, nella sequenza a lui dedicata apparve solo la sedia di regia con dietro scritto il suo nome: Terrence Malick. D’altronde era stato lui stesso a chiedere di inserire nel contratto per la direzione del film in concorso – “La sottile linea rossa” - la clausola che imponeva di non usare foto che lo ritraessero per l’inevitabile promozione dell’opera. Il JD Salinger del cinema: così lo hanno chiamato per la sua tendenza ad essere schivo fino alla paranoia ma anche e soprattutto per la sua scarsa prolificità come autore, sufficiente però a farlo diventare – proprio come JD Salinger – un mito vivente e un ‘cult’. Tre regie – e una manciata di sceneggiature e produzioni – in trent’anni per entrare nella leggenda del cinema: a nessuno è mai bastato così poco per diventare il regista dei sogni di qualsiasi attore in attività. Al punto che quando è riemerso dal nulla nel 1995 – dopo due decenni di un vuoto biografico quasi ‘pneumatico’ – la crema delle star maschili di Hollywood è corsa ad offrirsi, a cachet ridicoli per gli standard abituali, per un posto nel ‘nuovo’ film di Malick. Una di queste, Sean Penn, era addirittura vent’anni che aspettava quel momento, sin da quando aveva visto nel 1978 “Days of Heaven”, I giorni del cielo. Non poteva certo immaginare, il povero Sean, che Malick dopo quel film – vincitore di un Oscar per la fotografia – sarebbe letteralmente sparito. Alimentando la sua leggenda di genio inafferrabile e indecifrabile. [continua...]