Albania. Un mondo in penombra
Stefano










Due anni (dal '94 al '96), spesi a fare il consulente economico sul campo e il condirettore di "AlbaniaSot", quindicinale in italiano-inglese di informazione economica, allora l'unica pubblicazione locale non in lingua albanese.
Una sera - qualche settimana dopo il mio sbarco a Durazzo, percorrendo una rotta che migliaia di altri uomini stavano facendo in senso opposto - finita sia la voglia di chiacchierare che la bottiglia del raki, provai a buttare giù le prime impressioni, in una sorta di "Lettera da Tirana". Una lettera che avrei potuto scrivere tale e quale due anni dopo, quando me ne sarei andato. Una lettera in cui, fra l'altro, si leggeva: "La storia, passata e recente, ha certamente avuto una certa influenza nel modellare questa gente: quattro secoli di dominazione turca, un trentennio di fascismo con l’occupazione italiana e, a completare una sequenza micidiale, cinquant’anni di dittatura comunista fra le più bieche e allucinate mai poste in essere nella storia dell’umanità. Eppure il profilo psicologico involuto e contorto che tanto colpisce chi entra in contatto con questa gente viene da ben più lontano: è il frutto della natura arcaica e tribale del popolo albanese, la cui indole ribelle e anarchica risale alla notte dei tempi. L’ingovernabilità di queste tribù era tale che si rese necessario elaborare un codice comportamentale, poi imposto con la forza nel XV secolo da Lek Dukagjini, futuro padre della patria e da cui prende nome la moneta locale, il lek.
Questo insieme di regole - conosciuto come Kanun - informava ogni aspetto della vita tribale (niente poteva essere lasciato alla discrezione degli individui data la loro scarsa propensione alla misura) e tuttora rimane presente e incombente. Il Kanun doveva mitigare gli aspetti devastanti della personalità insofferente e riottosa di queste genti: non potendo cancellarne i tratti fondamentali si cercò di orientarli alla convivenza. Così :
- l’egoismo e la centralità esclusiva del proprio clan venivano temperati sancendo che l’ospitalità è sacra e inviolabile (“Pane, sale e cuore” era l’offerta che il padrone di casa era tenuto a fare a chiunque, anche nemico, gli chiedesse asilo)
- la vendetta era riconosciuta quale supremo atto di giustizia ma la sua pratica veniva “regolamentata” (all’atto dell’uccisione del nemico era obbligatorio dichiararsi e richiamare l’offesa subita)
- la menzogna era considerata accettabile per trarre vantaggi nelle cose quotidiane ma non quando volta a impedire l’accertamento di una violazione di un giuramento fatto in nome del Kanun.
E così nella natura del popolo delle aquile trovarono legittimazione e asilo egoismo, vendetta e menzogna. Gli stessi albanesi sono fra i primi a sottolineare che questi sono tratti caratteristici del loro popolo e, cosa alquanto sorprendente, non hanno alcuna remora a dichiararlo davanti agli stranieri; in ciò qualcuno vede nient’altro che l’ennesima dimostrazione di falsità.
E’ tutta l’Albania che trasmette un senso di ansia e di precarietà; gli abitanti con il loro indecifrabile comportamento; il territorio con le sue cicatrici oscene (bunker dappertutto, case fatiscenti, fabbriche ridotte a lugubri ammassi di ferraglia); la sensazione di incombenza del potere politico (ogni azione, soprattutto degli stranieri, è costantemente osservata e valutata). Man mano che ci si addentra nei luoghi e nelle persone, quella che si avverte è un’atmosfera cupa: il Kanun, la Bessa (il giuramento di sangue), le consuetudini medievali che richiamano leggende oscure e pratiche inquietanti (come quella, tuttora vigente nel nord del Paese, del padre che consegna al promesso sposo della figlia la pallottola con cui ucciderla, qualora si rivelasse adultera)."
Eppure, un Paese dove più del 50% della popolazione ha meno di vent’anni dovrebbe apparire vivo se non vivace, pieno di speranza se non ottimista. Invece si ha la sensazione che soprattutto i giovani - indubbiamente i più coscienti, istruiti ed anche sensibili - ritengano la personalità e la vocazione del proprio popolo un ostacolo insormontabile, quasi una maledizione. E’ vero, un certo sviluppo economico si è avuto, le condizioni pratiche di vita sono sensibilmente migliorate, si vedono le persone ridere e divertirsi ma si percepisce chiaramente che non c’è felicità e che - ed è la cosa più agghiacciante - è diffusa la coscienza che mai potrà esservi, perchè così “vogliono” loro stessi, gli albanesi, abitanti di un mondo in penombra."